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Marco Respinti intervista Prof. Mobeen per La Bussola Quotidina

Via il Ministero per le minoranze. È allarme!

di Marco Respinti07-07-2011

Colpo di mano in Pakistan. Sparisce quel ministero per le Minoranze religiose che ha coinciso con l’apostolato cristiano del martire Shabhaz Bhatti (1968-2011) – ne sta partendo il processo di canonizzazione – e che pure gli è costato la vita. Quel Ministero fu dapprima istituito di fatto obtorto collo, una volta scomparso Bhatti il governo di Islamabad ci ha lesinato sopra, quindi ha pensato bene di gettare fumo negli occhi a tutti e alla fine, mentre il mondo guardava altrove, lo ha eliminato. «È una cosa gravissima», dice a La Bussola Quotidiana Shahid Mobeen, pakistano, classe 1975, docente incaricato di Pensiero e religione islamica nella facoltà di Filosofia della Pontificia Università Lateranense. «In questo modo il Paese torna indietro di un quarantennio. Le minoranze religiose non hanno più la benché minima tutela giuridica, anche perché la nostra Costituzione, che in teoria garantisce la libertà di espressione e di culto per tutti, contiene mille contraddizioni in termini che costantemente penalizzano i non-musulmani. E in special modo i cristiani, che restano soli».

Può spiegarci cosa è successo?
Semplice. Il ministero per le Minoranze religiose è stato disinvoltamente smantellato il 1° luglio. Non esiste più: al suo posto sono stati creati degli uffici locali affidati alle quattro regioni amministrative di cui si compone il Pakistan, ovvero alle loro pastoie e alle loro enormi conflittualità appunto etnico-religiose. Il ministro Akram Gill, privato di quel dicastero, è stato spostato altrove. Adesso è ministro dello Stato per il dialogo interreligioso, una dizione che piace all’Occidente ma che nella sostanza rappresenta una ennesima scatola vuota. Senza poteri reali. Si ricorderà del resto che, due mesi fa, il governo cercò apertamente di annacquare le funzioni esercitate dal Ministero che era stato di Shabhaz Bhatti affidandone la guida a un musulmano sunnita, Riaz Hussain Pirzada, creando quindi per Gill un nuovo incarico di pura facciata e relegando infine Paul Bhatti, cristiano, fratello del ministro martire chiamato a succedergli, al rango, altrettanto di facciata, di Consigliere speciale del primo ministro. Vista la reazione internazionale, la decisione rientrò però subito e la carica del defunto Shabhaz passò, com’era giusto, a Gill; del resto Pirzada glielo lasciò più perché si trattava di un incarico senza portafoglio che per reali motivazioni politiche. Ma ora che le acque sono tornate a calmarsi, Gill è stato trasferito (a un nuovo Ministero ancora una volta privo di dotazione economica), i suoi uffici sono stati chiusi, a Paul Bhatti è “graziosamente” concessa la conservazione di un titolo vuoto e la situazione generale sprofonda.

Una normalizzazione perfetta…
È come avere assassinato Shabhaz Bhatti per la seconda volta. Bhatti dedicò tutto a quell’incarico. Sapeva benissimo di non poter disporre di fondi utili a mettere in pratica misure concrete a difesa delle minoranze religiose e in particolare dei cristiani, nondimeno riteneva fondamentale la testimonianza che con quell’incarico riusciva a dare ai perseguitati a causa della fede. Né gli sfuggiva il fatto che in quel modo riusciva a convogliare l’attenzione del mondo occidentale sulla situazione dei cristiani pakistani discriminati e vessati nell’indifferenza dei più. Per Shabhaz si trattava di una vera missione. Prima di lui il Ministero non esisteva. La Costituzione del 1973 demandava la questione delle minoranze semplicemente al ministero degli Affari Religiosi, cioè non vi dedicava attenzione o sforzi particolari. Il nuovo dicastero fu creato quando Shabhaz entrò in politica. Anzi, egli si candidò al parlamento e fece di tutto per farsi eleggere proprio perché aveva ottenuto la promessa che quel nuovo Ministero ad hoc, così importante, sarebbe stato istituto. Così fu nel 2008, ma a quel punto l’unico modo per eliminare il Ministero era eliminare Bhatti. Oggi, luglio 2011, non esistono più né l’uno né l’altro.

Mentre resta invece la legge sulla blasfemia…
Ovvio. Sto studiando attentamente il problema. La prima legge contro la bestemmia venne introdotta tra 1936 e 1938 dal governatore coloniale britannico della regione che il Pakistan nemmeno esisteva. Si cercava in quel modo di mettere dei paletti onde evitare che le diverse componenti della società di allora si usassero violenza a vicenda. La legge britannica tutelava cioè tutti, comminando pene pecuniarie e pure il carcere fino a un massimo di due anni a chiunque offendesse i sentimenti religiosi del prossimo. Quando il Pakistan nacque nel 1947, il suo Codice penale recepì quella misura coloniale facendone la famosa legge 295. La quale di per sé tutela ancora tutti. È stato solo negli anni successivi, con l’apparire sulla scena di partiti politici islamici e magari pure islamisti, che si sono man mano introdotti quegli articoli A, B e C che hanno finito per fare della legge 295 uno strumento nelle mani di chi mira a colpire i non-musulmani. È questo innesto successivo, insomma, che ha creato le Asia Bibi…

E adesso cosa accadrà? Anzi, com’è già ora la situazione dei cristiani?
Ripeto: abbiamo fatto un salto all’indietro, nel buio. Tutele per le minoranze religiose non ve ne sono, difese giuridiche per i cristiani non ve ne sono più. Le faccio un solo esempio, rivelatorio. La nostra Costituzione impedisce ai non-musulmani di assumere sia la carica di primo ministro e di presidente della repubblica sia le altre che, in caso di bisogno, possano subentrarvi ad interim: presidenza del parlamento, presidenza del Senato, guida delle Forze Armate, presidenza della Corte Suprema, e così via. Chi non è islamico è insomma un cittadino che può esercitare i propri diritti politici solo in modo molto limitato. E questa è la parte formale della faccenda. Immagini quella informale: le periferie, le contrade e i villaggi più remoti della nostra società o i quartieri del mondo pakistano che più sono fanatizzati. Adesso può letteralmente succedere di tutto.
Però l’inchiesta sull’omicidio di Shabhaz Bhatti ha individuato dei responsabili. Questo non può che essere un buon segnale: una speranza per i cristiani e la dimostrazione della buona volontà del governo.
No, per nulla. Sono stati fatti i nomi di presunti mandanti ed esecutori, ma sono i nomi famosi di attivisti ultrafondamentalisti già autori di azioni violente in passato che però oggi circolano comunque a piede libero.

Mi sta dicendo che si tratta di nomi eccellenti facili da accusare per creare altra confusione?
Sto dicendo che nessuno è stato arrestato. Sto dicendo che quelli fatti sono i nomi dei “soliti noti”. E sto dicendo che vengono menzionati dalle agenziedi stampa, ma non dai meglio informati. Paul Bhatti, per esempio, quei nomi non li fa.

Nella foto: Shahbaz Bhatti festeggia, a Napoli, Il Maestro Angelo Gennaro Sguro Presidente AIAC e il Prof. Mobeen shahid della Pontificia Università Lateranense, la consegna del premio AIAC per i diritti umani. (archivi stampa dell’Associazione dei Pakistani Cristiani in Italia)

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Categorie:Diritti Umani

Farah Hatim: conversione forzata all’Islam e la Giurisdizione Pakistana


L’Associazione dei Pakistani Cristiani ha ottenuto la vera foto di Farah Hatim per sensibilizzare la società civile con l’intento di riuscire a salvarla.
Segue l’articolo di Fides sugli ultimi sviluppi del caso di Farah:
2011-07-07
ASIA/PAKISTAN – Fallisce la mediazione dell’APMA nel caso di Farah, la cattolica islamizzata con la forza
invia articolo stampa preferiti Lahore (Agenzia Fides) – E’ fallito, per ora, il primo tentativo di mediazione della “All Pakistan Minorities Alliance” (APMA) nel caso di Farah Hatima, la ragazza cattolica rapita, sposata e convertita all’islam dal musulmano Zeehan Iliyas nella città di Rahim Yar Khan, nel sud della provincia del Punjab (vedi Fides 25/6/2011 e giorni precedenti). L’APMA, fondata da Shabhaz Bhatti, è l’organizzazione della società civile in difesa delle minoranze religiose più diffusa e meglio organizzata nel paese. Il caso di Farah, spiegano fonti di Fides, è emblematico dei circa 700 casi che ogni anno si registrano in Pakistan di ragazze cristiane rapite e convertite all’islam. Per questo sul caso di Farah si è impegnato Paul Bhatti, leader dell’APMA e Consigliere Speciale del Primo Ministro per le minoranze religiose.
Un team di avvocati e di responsabili dell’APMA in Punjab si è interessato del caso nei giorni scorsi, cercando di organizzare un incontro fra la ragazza e la sua famiglia di origine, per accertare le condizioni di salute, fisiche e psicologiche di Farah e, soprattutto, per ottenere la certezza assoluta – ribadita senza condizionamenti, minacce o costrizioni di sorta – della sua volontà di tornare a casa e di abbandonare la famiglia musulmana dove si trova. Un membro dell’equipe dell’APMA spiega a Fides: “Abbiamo chiesto, tramite le autorità locali, un incontro privato con Farah. La famiglia del musulmano che l’ha fatta sua sposa sostiene che la ragazza è consenziente. Se ne sono certi, e se questo è vero, perché impedire ai familiari di vederla e agli avvocati di ascoltare direttamente la sua versione? Questo impedimento per noi è davvero sospetto”,
Viste le resistenze incontrate, gli avvocati dell’APMA si sono rivolti nuovamente al tribunale di primo grado a Rahim Yar Khan, chiedendo al giudice di presiedere un’udienza in cui ascoltare Farah, la sua famiglia di origine e la famiglia musulmana coinvolta. L’incontro fissato dal giudice avrebbe dovuto tenersi il 4 luglio, ma la controparte non si è presentata, tantomeno c’era Farah. I familiari della ragazza, delusi e in pena, dicono a Fides di temere che Farah sia stata portata via dalla città e nascosta in un luogo segreto o addirittura venduta all’estero. Inoltre il giudice – raccontano a Fides – li ha nuovamente invitati a “ritirare la denuncia e considerare chiuso il caso”, segno dei pesanti condizionamenti che il sistema giudiziario subisce in casi che oppongono le famiglie cristiane a potenti clan musulmani.
L’APMA comunica a Fides che intende percorrere tutte le strade legali possibili per incontrare Farah: l’incontro è propedeutico a un possibile ricorso all’Alta Corte per poterla liberare e salvare. Una autorevole fonte di Fides nella Chiesa pakistana afferma: “Il caso è molto delicato, per tutte le implicazioni che porta con sé. Bisogna continuare ad agire con prudenza ma con perseveranza, chiedendo giustizia, come la vedova importuna del Vangelo”. (PA) (Agenzia Fides 7/7/2011

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