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Archive for gennaio 2013

Sherry Rehman e il video d’accusa per la blasfemia ma la Rehman non commette nessuna blasfemia

Dopo un’attenta analisi del video del programma “Dunya mere aage”, diretto da Mushtaq Minhas e Nusrat Javed, del 30 Novembre 2010 della televisione privata Dunya Tv come Associazione dei Pakistani Cristiani in Italia vogliamo dimostrare che la parlamentare della PPP e attuale ambasciatore del Pakistan presso gli USA non ha commesso blasfemia in quanto in tutto il video in lingua urdu non risulta nemmeno una frase in cui Sherry Rehman abbiamo insultato l’Islam, Il Profeta o il Corano. Anzi ha dichiarato che togliere la pena di morte nell’articolo 295C del Codice Penale Pakistano renderebbe gloria alla religione Islamica. Inoltre ha dichiarato che ad affermare questa tesi sono il Presidente della Islamic Ideology Centre di Islamabad Dr. Masood e il Prof. Javed Ghamdi, noti Ulema islamici.
Sherry Rehman ha affermato che il Sacro Corano non prevede in nessuna Sura la morte per un blasfemo e mille esempi del perdono nella vita del Profeta devono essere di lezione per tutti i musulmani. Nota, la parlamentare, che da quando la condanna a morte è stata dichiarata come pena l’abuso della legge della blasfemia è aumentato in particolare contro i musulmani stessi e tutto succede solo e solo per vendette personali e non c’è nemmeno un esempio di una vera blasfemia. Lei ha solamente avvertito la necessità di fare degli cambiamenti procedurali e non ha chiesto la cancellazione.
In seguito proponiamo i video della trasmissione Dunya Mere Aage caricati su YouTube per chi volesse approfondire o verificare la questione:

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Belucistan: Tre cristiani uccisi, insieme ai sciiti, dai fondamentalisti sunniti

Sgomento, lutto, terrore, preghiera: con tali sentimenti vive la piccola comunità cristiana nella provincia di Quetta, subito dopo l’ondata di attacchi terroristici che ieri ha fatto, solo nella città di Quetta, nella travagliata provincia del Beluchistan, 92 morti e 155 feriti. Secondo le rivendicazioni del gruppo terrorista Lashkar-e-Jhangvi, nel mirino erano comunità degli sciiti e il gruppo etnico degli hazara.
Come riferisce all’Agenzia Fides, p. Inayat Gill, OMI, pro-Vicario Apostolico di Quetta, fra i morti di Quetta vi sono anche tre cristiani, che si trovavano casualmente nei pressi dei luoghi delle esplosioni, mentre alcuni cristiani sono anche fra i feriti. Due dei morti sono cattolici, e p. Maqsood Nazir, dei missionari Oblati di Maria Immacolata (OMI), parroco della chiesa del Sacro Cuore, nel centro città, celebra oggi i loro funerali. Subito dopo una delle esplosioni, il parroco si è recato sul luogo dell’attentato per dare il suo aiuto e si sta prendendo cura di sei feriti.
P. Inayat Gill spiega a Fides: “La situazione è tesa, è difficile dare spiegazioni su questi tragici avvenimenti. Le ragioni sono molte: l’odio settario ed etnico, ma non solo. C’è la mafia dell’accaparramento delle terre, ci sono rivendicazioni politiche: la certezza è che muoiono tanti civili innocenti”.
“Come cristiani – aggiunge il pro-Vicario– siamo un piccola minoranza, viviamo nel pericolo, come gli altri cittadini musulmani, condividendo la loro sorte e il loro dolore. In tutto nella provincia di Quetta ci sono circa 70mila fedeli cristiani, fra i quali 35mila cattolici. Siamo una comunità molto vulnerabile e la più povera. Dobbiamo essere molto prudenti. Non possiamo esporci e partecipare attivamente nemmeno alle celebrazioni dei tre giorni di lutto, proclamati oggi dalle autorità, altrimenti rischiamo di diventare un obiettivo degli estremisti: ci accuserebbero di esserci schierati con una fazione, nel conflitto etnico. Pregheremo per tutte le vittime innocenti nelle nostre chiese, continuando a dare la nostra testimonianza di presenza pacifica, silenziosa e vicina ai poveri”. (PA) (Agenzia Fides 11/1/2013)

Qazi Hussain e Prof. Shahid Mobeen: l’incontro in Islamabad

Qazi Hussain, già Presidente della Jamaat-e-Islami per due decenni, è morto stammatina in Islamabad per un attacco cardiaco. Ultimi tre giorni stava già molto male per i dolori cardiaci e stava sotto cura. I funerali saranno offerti oggi pomeriggio alle 15:00 in Peshawar, la sua città natale.
Vorrei ricordare il mio incontro con lui in Islamabad nel 2009 quando ebbi il piacere di incontrarlo presso la sede della Jamaat-e-Islami. Sulla mia richiesta alcuni amici in comune organizzarono quest’incontro dove erano presenti altri due consigilieri dell’Organizazzione. Abbiamo cominciato l’incontro con una preghiera per le 40 vittime a Karachi dell’attentato contro un gruppo dei musulmani che stava pregando il giorno della festività natalizia del Profeta Muhammad (pace sia su di lui). Dissi a lui che il Papa Benedetto XVI prima della quaresima ha annunciato che le tre religioni monoteiste dovrebbero lavorare per la pace e a quest’affermazione Qazi Hussain rispose che siamo tutti figli di Abramo e dobbiamo fare il nostro meglio per la costruzione della pace nel mondo. Ebbi il modo di parlare della condizione delle minoranze religiose ed in particolare dei cristiani in Pakistan. Abbiamo avvertito la necessità del lavoro per l’armonia tra le religioni e le culture. A questo punto gli disse che Pakistan possiede la bomba atomica e spesso è nominata come “bomba islamica” e che quando scoppiano le bombe i loro effetti distruttivi non chiedono la religione alle proprie vittime. A questo proposito Qazi Hussain rimase in silenzio.
L’incontro si concluse con un tè e con una preghiera per la pace nel mondo ed entrambi pregammo secondo la propria religione, lui recitando il Corano ed io con un segno della Croce all’inizio e alla fine della preghiera. La cosa che mi colpì era massimo rispetto che lui aveva mentre pregavo a Cristo “Principe della Pace”!

Asia Bibi convertiti all’Islam se vuoi uscire dal carcere! Giudice Naveed Iqbal “Preferisco morire da cri­stiana che uscire dal carcere da musulmana” Asia Bibi!

AsiaBibi[1]
(Avvenire, di Lucia Capuzzi, 1 Gennaio 2013)
Undici passi. Li percorre con lentezza, da u­na parete all’altra. E poi ricomincia. An­cora e ancora. Ventidue, trentatré, qua­rantaquattro… Finché i numeri diventano trop­po grandi per essere contati e la cantilena della voce si confonde col rumore dei sandali sul pavi­mento di pietra. È l’unico esercizio fisico conces­so ad Asia Noreen Bibi da quando le minacce de­gli estremisti islamici l’hanno costretta a ridurre, fin quasi ad azzerare, l’ora d’aria. Questa donna minuta, che dimostra ben meno dei suoi 46 anni, varca sempre più raramente la soglia della cella «senza finestre» dov’è rinchiusa ormai da 21 mesi, su un totale di oltre 42 di pri­gionia. Lì, nel braccio della morte del carcere pa­chistano di Sheikhupura, attende che cominci un nuovo processo presso l’Alta Corte di Lahore. Po­trebbero volerci altri mesi o anni. E potrebbe es­sere un ennesimo verdetto di condanna. Alla for­ca. Così vorrebbero i fanatici musulmani che, fin dall’inizio della vicenda, nel 2009, premono sui giudici perché «mettano a morte la blasfema».

Asia Bibi, però, non cede alla disperazione. Dopo “la passeggiata”, si siede e legge la Bibbia. «Dio sa quel che fa», non si stanca di ripetere. E di ringra­ziare, quanti in tutto il mondo – Ong, istituzioni, associazioni, persone comuni – si stanno spen­dendo per salvarla. Per strappare un’innocente al patibolo. Perché chiunque ripercorra il suo calva­rio giudiziario – al di là del credo religioso o delle opinioni politiche – non può non constatare che contro Asia Bibi non esista una sola prova con­creta. Solamente testimonianze, voci, accuse. Che dimostrano, ancora una volta, come spesso la con­troversa legge anti-blasfemia sia lo strumento per colpire nemici, veri o presunti, per risolvere con­flitti personali, dispute fra vicini. La fede cattolica di Asia Bibi e della sua famiglia – il marito Ashiq Masih e i cinque figli: Imran, Na­sima, Isha, Sidra e Isham – suscita diffidenza nel­la piccola comunità di Ittanwali, in Punjab.

Una religione altra rispetto a quella della maggioran­za islamica. Che per questo li discrimina, li emar­gina, li esclude, in ogni modo possibile. Finché al­la fine il rancore esplode. È una storia di pregiu­dizi, intolleranza, povertà, consuetudini arcaiche e maschilismo feroce quella che ha travolto la vi­ta di Asia Bibi un giorno di giugno del 2009. Asia, bracciante agricola pagata (o meglio, sottopaga­ta) a ore si trova nei campi. All’ora di pranzo si fer­ma per mangiare il solito riso e bere un sorso d’ac­qua dalla borraccia che poi offre alle altre conta­dine. Bizzarro che all’origine del dramma ci sia un gesto di normale cameratismo. Le compagne ri­fiutano perché «non si può bere dalla stessa bor­raccia di una cristiana». Da qui il diverbio. Una lite banale, sfociata in tra­gedia. Una delle contadine accusa Asia di aver in­sultato Maometto. «Blasfema», grida. Nessuna del­le presenti sa riportare che cosa abbia detto di pre­ciso la cristiana.

Eppure tutte si agitano, urlano, strattonano Asia e la trascinano in una stanza. U­na delle protagoniste è la moglie dell’imam loca­le. E così il litigio si trasforma in una denuncia for­male per “blasfemia”. Asia giura di «non aver mai detto niente di male. Non avrei mai offeso Mao­metto ». La folla non la ascolta. Addirittura uno dei suoi accusatori la stupra, mentre nessuno alza un dito per fermarlo. Non c’è pietà per la “diversa” A­sia. La via cricis giudiziaria è infinita: l’arresto, l’in­carcerazione, il primo processo, la condanna al­l’impiccagione, il tentativo del presidente Zarda­ri di graziarla, l’opposizione degli ulema radicali, le minacce degli estremisti che arrivano ad im­porre una taglia di 4.400 euro sulla sua testa, l’i­solamento per ragioni di sicurezza. Chi si mobili­ta per lei – prima il governatore musulmano del Punjab, Salman Taseer, poi l’allora ministro per le Minoranze religiose, il cattolico Shahbaz Bhatti – viene assassinato brutalmente.

Asia, però, non si arrende. E continua a gridare la sua innocenza e a rivendicare il diritto alla libertà di coscienza. Tan­to che quando il giudice Naveed Iqbal – lo stesso che ha pronunciato la sentenza di morte – va da lei e le propone di convertirsi all’islam in cambio della libertà, risponde: «Preferisco morire da cri­stiana che uscire dal carcere da musulmana». Al suo coraggio, l’associazione spagnola Hazte Oir, il 15 dicembre, ha assegnato il Premio 2012. In quell’occasione la donna ha scritto una lunga let­tera che Avvenire ha pubblicato lo scorso 8 di­cembre. Dalla sua cella «senza finestre», Asia ten­de una mano verso tutti noi. «Non so se questa lettera ti giungerà mai. Ma se accadrà, ricordati che ci sono persone al mondo che sono perse­guitate a causa della loro fede e se puoi prega il Si­gnore per noi e scrivi al presidente del Pakistan per chiedergli che mi faccia ritornare dai miei fa­miliari ». Abbiamo raccolto il suo appello, e molti si sono uniti a noi. Come dimostrano queste pa­gine.

Fonte: http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/asia-bibi-libera.aspx

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