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“Il terrorismo non ha religione”: Intervista di Patrizia Caiffa, per l’Agenzia SIR, al Prof. Mobeen Shahid

PAKISTAN

Il terrorismo non ha religione

Una bomba ha colpito oggi una moschea: commento di un esperto

 

Una bomba è esplosa oggi a Jamrud, in una moschea nel nord ovest del Pakistan, a Khyvber agency, una delle zone al confine con l’Afghanistan sotto il controllo dei clan tribali. Si parla di almeno 40 morti e un centinaio di feriti, ma le cifre sono controverse come pure la dinamica dell’attentato. Inizialmente si era parlato di un kamikaze-bambino di 15 anni, ora le tv pakistane riferiscono che la bomba era già stata innescata in precedenza dentro la moschea. L’ordigno è esploso nel momento in cui circa 250 fedeli si erano radunati per la preghiera del venerdì nella moschea. L’esplosione è stata talmente violenta da provocare il crollo del tetto. L’attentato non è stato rivendicato, ma le autorità puntano il dito contro i talebani pachistani che hanno proclamato una jihad contro il governo di Islamabad, colpevole di essersi alleato agli Stati Uniti nella lotta al terrorismo. In Pakistan, dal 2007 ad oggi, almeno 4.500 persone sono morte in attacchi con bombe, soprattutto negli ultimi due anni. Abbiamo chiesto una valutazione a Shahid Mobeen, pakistano, docente di pensiero e religione islamica alla Pontificia Università Lateranense.

In Pakistan purtroppo le bombe oramai non fanno più notizia, ma stavolta sono stati colpiti fedeli musulmani riuniti in preghiera nella moschea. In quale contesto avvengono questi attentati?
“Questo ennesimo attentato non è una novità nello scenario pakistano della attuale guerra contro il terrorismo, intrapresa dagli Usa in collaborazione con la Nato e il governo pakistano. In questa zona di confine, divisa in 12 zone tribali denominate ‘agencies’, cioè ufficialmente sotto la giurisdizione pakistana ma in realtà fanno riferimento ai capi tribù, si rifugiano spesso i talebani, sotto la protezione di alcuni capi. Gli Usa stanno bombardando da tempo con i droni, per eliminare i nascondigli dei talebani, e il governo e le forze armate pakistane sono pagati per portare avanti la guerra al terrorismo. Gli attacchi sono una reazione alla presenza degli Usa e della Nato in queste zone, che provocano anche divisioni tra sunniti e sciiti”.

Quindi le bombe sono un chiaro messaggio agli Usa e alla Nato?
“Sì le bombe vogliono costringere gli Usa a non compiere più attacchi con i droni. Gli Usa hanno già recepito in parte il messaggio, perché tempo fa il parlamento pakistano ha chiesto di porre fine a questi attacchi. Ma non hanno intenzione di fermarsi, anche perché gli accordi erano stati presi già con il governo Musharraf. Gli attuali partiti invece si oppongono. Dopo la cattura di Bin Laden in territorio pakistano il parlamento ha fatto una risoluzione di condanna dell’intervento Usa, visto come un attacco alla propria sovranità territoriale”.

Nei giorni scorsi ci sono state altre bombe a Quetta e Karachi, con molte vittime e feriti. Ma stavolta è stata colpita una moschea. Cosa significa?
“Significa che i terroristi non hanno una religione. In genere vengono attaccati quei gruppi religiosi che permettono la presenza degli Usa. Altre bombe sono spesso legate a lotte tra partiti locali”.

I cristiani pakistani, che vivono una situazione delicata nel Paese, si esprimono su questi fatti violenti?
“Di solito la Chiesa del Pakistan non prende ufficialmente posizione. Se si fa parlare un vescovo si rischia di metterlo in cattiva luce. In Italia abbiamo creato una associazione di pakistani cristiani proprio per aiutare anche i giornalisti a capire il contesto ed agire in maniera più consapevole, evitando notizie che potrebbero metterci ancora di più in difficoltà”.

E come vive la comunità cattolica pakistana in Italia questi giorni di Madrid?
“Abbiamo mandato una decina di giovani a Madrid, da Roma e da Milano. L’11 agosto, nella messa per la Giornata delle minoranze religiose, abbiamo pregato perché il viaggio del Papa a Madrid abbia successo. Ma soprattutto, visto che alla Gmg ci sono anche giovani musulmani, speriamo che possa dare al mondo una forte testimonianza sul fatto che il dialogo tra le religioni è possibile”.

 

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