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Farah Hatim sceglie di rimanere con il marito che l’ha rapita


L’Associazione Pakistani Cristiani in Italia ha avuto la conferma tramite le proprie fonti che Farah ha scelto di rimanere con il marito che l’ha rapita. L’associazione insieme con i famigliari di Farah ringrazio la communità internazionale che si era mobilitata per la sua liberazione. La famiglia fortemente sospetta che Farah ha deciso sotto pressioni di minaccia a morte e sospetta anche che la ragazza è incinta per cui, nonostante la famiglia era disponibile ad accoglierla, lei ha deciso di rimanere con il marito rapitore.
Segue l’articolo dettagliato di Fides sulla dichiarazione di Farah nel tribunale e sulle statistiche dei rapimenti del genere in Pakistan:
ASIA/PAKISTAN – L’Alta Corte del Punjab chiude il caso: Farah Hatim resta nella famiglia musulmana Bahawalpur (Agenzia Fides) – La ragazza cattolica Farah Hatim resterà con il suo marito musulmano. È quanto riferiscono fonti di Fides a Bahawalpur, dove si è tenuta oggi, 20 luglio, l’udienza davanti alla sezione locale dell’Alta Corte del Punjab. Il ricorso davanti all’Alta Corte è stato presentato dall’APMA (All Pakistan Minorities Alliance), dopo che un tribunale di primo grado aveva respinto la richiesta di incontrare la ragazza, secondo i familiari sequestrata e sposata con la forza da un uomo musulmano nella città di Rahim Yar Khan (vedi Fides 12/7/2011).
Fra le lacrime, Farah Hatim è comparsa oggi davanti al giudice dell’Alta Corte del Punjab, sezione di Bahawalpur. Alla domanda del giudice su “quale famiglia scegliesse”, la ragazza, dopo un interminabile silenzio, ha risposto: “Tutte e due”. La Corte ha obiettato che “ciò è impossibile”, reiterando la domanda. A quel punto Farah ha scelto la sua nuova famiglia musulmana.
Cala così il sipario su un caso che ha appassionato l’opinione pubblica della comunità cristiana in Pakistan, preoccupata per gli oltre 700 casi l’anno di ragazze cristiane rapite e costrette al matrimonio islamico. Il giudice ha permesso a Farah di avere un colloquio privato con la sua famiglia di origine per 10 minuti. La ragazza, rivelano fonti di Fides, ha raccontato di essere stata in effetti “presa con l’inganno” ma ha anche confidato, visibilmente scossa, di “non poter tornare”. Secondo la famiglia di Farah, i motivi della sua scelta non sono chiari: possono esserci dietro minacce di morte o intimidazioni, ma anche la possibilità che la ragazza sia incinta. In tal caso, secondo il diritto consuetudinario pakistano, Farah non può far altro che restare con suo marito, in quanto, se ripudiata, porterebbe uno “stigma eterno” e nessun uomo potrebbe più volerla al suo fianco.
“Al di là delle possibili ragioni, alla fatidica domanda del tribunale, Farah ha risposto di voler restare con il marito musulmano, segnando per sempre il suo destino. D’ora in poi la famiglia di origine non più alcuna autorità su di lei, anche secondo la legge” notano fonti di Fides.
L’Alta Corte aveva stabilito l’udienza ieri, 19 luglio, ordinando alla polizia di Rahim yar khan di prelevare la ragazza. Gli agenti ieri non hanno eseguito l’ordine, dicendo al giudice che era malata. Il giudice ha emanato una nuova ordinanza, imponendo alla polizia di condurre quest’oggi la ragazza davanti alla Corte.
In ogni caso la famiglia di Farah conferma a Fides la sua preoccupazione per le sorti della ragazza, dicendosi “non convinta” dall’esito della vicenda. Chiede per questo alla comunità internazionale di fare pressioni sul governo pakistano per riesaminare il caso. Fonti locali di Fides affermano che Farah è stata comunque vittima di una rete che porta avanti un “traffico di ragazze”, con agganci nell’ospedale dove Farah lavorava e nel mondo della politica, per fornire ragazze a uomini politici in vista.
Le organizzazioni criminali continuano a sfruttare donne e bambini per la tratta di esseri umani. Si stima che ogni anno, in tutto il mondo, oltre 700 mila persone siano vittime del traffico di esseri umani, considerato come la terza fonte di guadagno per le organizzazioni criminali che sottopongono le vittime a prostituzione o lavori forzati, in particolare donne e bambini. Il più grande numero di vittime viene dall’Asia, con oltre 225 mila persone all’anno provenienti dal sudest asiatico e oltre 150 mila dall’Asia meridionale. L’ex Unione Sovietica è considerata ora la più grande nuova fonte di tratta con oltre 100 mila persone all’anno provenienti da questa regione. Altri 75 mila provengono dall’Europa centrale e dell’est, oltre 100 mila da America latina e Caraibi, e oltre 50 mila dall’Africa. La maggior parte delle vittime vengono inviate in Asia, Medio Oriente, Europa occidentale e Nord America.
In Asia il Pakistan è fonte, punto di transito e di destinazione per uomini, donne e bambini soggetti a questo fenomeno. Ragazzi e ragazze vengono comprati, venduti, affittati, o rapiti per farli lavorare in circuiti organizzati, illegali, accattonaggio, lavori domestici, prostituzione, e lavori forzati nei campi. Le ragazze e le donne sono vendute per matrimoni forzati. In alcune zone del Pakistan vengono vendute come animali. Migliore è la ‘condizione’ della donna, più elevato è il prezzo che viene stabilito dagli acquirenti. Una volta comprate vengono tenute in prigioni private o portate in altre parti del Pakistan e all’estero per essere ri-vendute ed utilizzate per la prostituzione, lo spaccio di droga e i lavori forzati. Una volta che il proprietario non ne vuole più sapere o la donna perde la sua utilità, la vende a qualcun altro. Molte ragazze, alcune minorenni, partoriscono bambini che poi vengono venduti nei mercati.
La tratta delle donne è sempre stata presente sin dalla creazione del Pakistan. Durante la partizione, migliaia di donne furono rapite da entrambe le parti dei confini di India e Pakistan per essere vendute o costrette a prostituirsi. Dopo la creazione del Bangladesh si è verificata l’opportunità di trafficare con altre migliaia di donne. Nei periodi delle guerre, alluvioni o altri disastri naturali si registra sempre un aumento della tratta perchè dilaga la povertà, la gente è disperata e le donne vengono costrette a matrimoni con vecchi o all’espianto di organi per poter saldare i debiti. Per limitare il fenomeno, il Pakistan proibisce ogni tipo di traffico transnazionale, attraverso il Prevention and Control of Human Trafficking Ordinance (PACHTO) che prevede punizioni da 7 a 14 anni di carcere. Inoltre, il Bonded Labor System Abolition Act vieta i lavori forzati infliggendo pene che vanno dai 2 ai 5 anni di carcere o multe ai contravventori. Il Governo del paese sta seriamente lottando contro questo grave fenomeno tentando di eliminarne almeno una parte. (AP) (20/7/2011 Agenzia Fides)

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