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Farah la sposa prigioniera (Vatican Insider, la Stampa)

Farah Hatim (foto Associazione Pakistani Cristiani in Italia)
La storia della ragazza pakistana, cattolica, rapita e costretta a sposare un musulmano. La mobilitazione c’è, ma non basta. Lei resta incatenata al “marito”. Che la beffa ottenendo dalla polizia una scorta : “Ho paura dei suoi familiari”mauro pianta
torino

«Vi prego, non ce la faccio più. Portatemi via da qui…». È passato un mese, ormai. Sono state queste le ultime parole pronunciate al telefono da Farah.
Farah Hatim, 24 anni, cattolica, residente a Rahim, nel sud del Punjab, in Pakistan, piangeva mentre parlava al cellulare con sua sorella. Quel telefono era riuscita a strapparlo chissà come ai suoi rapitori. Pochi istanti. Pochi ansimi di speranza. Poi, il silenzio. Un silenzio nero di paura e di rabbia.
E pensare che quei rapitori avrebbero dovuto essere la sua nuova “famiglia”. Già, perché ufficialmente la giovane si era sposata con Zeeshan Ilyas, bancario, musulmano. E sempre stando alle versioni ufficiali, lei si sarebbe convertita all’Islam.
Tutto falso. Il 7 maggio scorso la ragazza è stata rapita proprio per obbligarla al matrimonio. Non è una novità in Pakistan. Le stime ufficiali parlano di 700 casi ogni anno. Ma si tratta di numeri sottostimati, perché quasi sempre non c’è nessuna denuncia. Ragazze per lo più cristiane e indù, sequestrate, costrette alla conversione e quindi al matrimonio. Spose e prigioniere.
Ma la denuncia, questa volta, è arrivata. Non ha perso tempo, la famiglia di Farah. Il capo del commissariato di Rahim, però, ha rifiutato il caso. Dice a Vatican Insider Shahid Mobeen, docente universitario di pensiero e religione islamica alla facoltà di Filosofia della Pontificia Università Lateranense e segretario dell’associazione “Pakistani Cristiani in Italia”: «Oltre il danno si è verificata anche la beffa perché il sequestratore è riuscito a farsi attribuire dalla polizia una scorta personale, sostenendo di temere attacchi da parte della famiglia e degli amici di Farah».
Loro, i familiari, avevano anche ricevuto una convocazione del tribunale locale. «Ci sarà vostra figlia e ci sarà la documentazione che dimostra come sia tutto legale», avevano detto. Hanno mostrato un certificato di matrimonio e una dichiarazione di conversione all’islam. Solo, facevano notare la madre, i fratelli e la sorella di Farah, che le firme sono in urdu, mentre la ragazza era solita firmare in inglese, l’unica lingua da lei utilizzata per scrivere. Dettagli, per quei poliziotti. Ingranaggi di un sistema nel quale le minoranze (cristiane e non) contano poco. Firme a parte, in quel tribunale una ragazza c’era davvero. Nascosta da un lungo vestito e da un velo integrale che lasciava scoperti soltanto gli occhi. Ai familiari non è stato consentito avvicinarla e lei, nel corso dell’udienza, non ha pronunciato nemmeno una parola.
In queste settimane in tanti si sono mobilitati per Farah: associazioni, organizzazioni non governative, la chiesa pakistana, parlamentari canadesi e italiani. Mons. Silvano Tomasi, osservatore permanente della Santa Sede all’Ufficio Onu di Ginevra ha chiesto ad alta voce l’intervento dell’Alto Commissario Onu per i diritti umani. Paul Bhatti, consigliere speciale del primo ministro pakistano per gli affari delle Minoranze religiose e fratello di Shabhaz, il ministro ucciso nel marzo scorso proprio per le sue battaglie in favore della libertà religiosa, ha osservato nei giorni scorsi: «Perché, se la ragazza si è davvero convertita ed ha accettato liberamente di sposarsi, suo “marito” le nega ancora la possibilità di incontrare la propria famiglia di origine?». Domanda banalmente scomoda. Alla quale, prima o poi, qualcuno dovrà pur rispondere. Bhatti, come presidente dell’associazione All Pakistan Minorities Alliance (Apma), ha anche presentato una richiesta ufficiale al giudice dell’Alta Corte pakistana di Lahore – chiamata ad appurare la verità sul caso – affinché Farah sia subito convocata.
Qualcosa, forse molto dato il contesto, si muove. Ma non basta. Dice Sara Fumagalli, presidente dell’associazione “Pakistani Cristiani in Italia”: «È triste ammetterlo, ma troppo spesso in Occidente le coscienze si accendono solo con il telecomando. Se i media non sostengono campagne informative, quei casi non esistono. E naturalmente non tutti i casi hanno le medesime probabilità di finire sotto i riflettori…».
Chi la conosce bene descrive Farah come «una ragazza dolcissima, di buon cuore, impegnata come volontaria con i più bisognosi». Frequentava il primo anno di college al dipartimento di ortopedia del Sheikh Zaid Medical College e voleva diventare infermiera professionale. Non aveva nemmeno un fidanzato, Farah. E adesso si trova incatenata a un “marito”. Alla sua vigliacca, violenta, ignoranza. Succede in Pakistan dove, ogni anno, settecento catene stringono settecento Farah.

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