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Archivio per luglio 2011

Sen. Nick Sibbesten e On. Renato Farina per Farah Hatim




Senatore Nick Sibbesten (Senato Canadese) e On. Renato Farina hanno presentato le risoluzioni per la liberazione di Farah Hatim che alcuni giorni fa ha, “costretta dalle circostanze”, deciso di rimanere con il marito rapitore. Questi due interventi delle due nazioni hanno promosso un’azione internazionale per sensibilizzare la communità internazionale sulla condizione delle ragazze non musulmane, rapite, violentate e convertite con forza all’Islam. Ogni anno ci sono 700 casi registrati delle ragazze cristiane convertite con forza all’Islam. Si spera che le due nazioni potranno parlare nelle sedi opportune per chiedere al Pakistan di rispettare i trattati internazionali sulla libertà religiosa e la libertà d’espressione.
Il ministro degli esteri John Baird ha assicurato al Sen. Nick Sibbesten che si impegnerà per monitorare la situazione dei diritti umani in Pakistan. Il Ministro Baird ha anche ricordato nella sua lettera, del 27 Luglio 2011, al senatore Sibbesten che nel Maggio 2008 il governo Canadese ha chiesto ufficialmente il governo Pakistano di revisionare le proprie leggi della blasefemia, difamazione religiosa e le procedure relative d’applicazione. Pakistan deve, dice il Ministro, rispettare “United Nations International Convention on Civil and Political Rights”. 3 Giugno 2011 il governo Canadese ha istituito una commissione per la difesa delle libertà religiose e per i diritti di tutte le minoranze del mondo.

Un nuovo partito dei cristiani in Pakistan “non serve”


(Foto: Presidente Salamt Akhtar)
Un nuovo partito dei pakistani cristiani? Secondo alcuni analisti della politica pakistana non serve un nuovo partito dei pakistani cristiani ma serve unità tra il popolo. Così lo descrive l’arcivescovo emerito di Lahore Lawrence Saldana, in una intervista alla Radio Vaticana:
29/07/2011 14.31.35
Pakistan: mons. Saldanha invoca l’unità tra i partiti di ispirazione cristiana
Mons. Lawrence John Saldanha, arcivescovo emerito di Lahore, è abbastanza scettico riguardo la nascita del partito cristiano All Pakistan Christian League (Apcl). Il prelato aggiunge che “negli ultimi 60 anni sono sorti molti partiti politici a opera di leader cristiani volenterosi”, ma “la maggior parte di questi” ha avuto vita breve e non è servita a perorare la causa e difendere i diritti della minoranza religiosa. La All Pakistan Christian League (Apcl) è un movimento politico di ispirazione cristiana che intende promuovere un Paese “forte e democratico”, difendere i diritti dei cristiani e garantire una loro rappresentatività a livello federale e nelle varie province. Sottolineando che si tratta del primo partito “totalmente cristiano” dal 1972, il presidente Salamat Akhtar – assieme al cofondatore Nawaz Salamat – evoca la visione di un Pakistan liberale sancita da Ali Jinnah e invita all’unità fra i cristiani, alla difesa delle donne e all’istruzione per i giovani. L’arcivescovo emerito di Lahore ed ex-presidente della Conferenza episcopale pakistana ricorda come “negli ultimi 60 anni” siano sorti diversi movimenti politici cristiani, ma hanno avuto vita breve perché “il partito è ristretto ai membri di una famiglia o gruppo, ma non rappresenta l’intera comunità”. Interpellato dall’agenzia AsiaNews, mons. Saldanha accusa i cristiani di essere “tristemente noti per la loro mancanza di unità” e aggiunge: “preferiscono promuovere un proprio partito, piuttosto che unirsi a una realtà già esistente”. La politica è legata al denaro e agli affari e molti partiti del passato, spiega il prelato, sono esistiti “solo sulla carta, senza riscontri fra le masse”, per iniziativa di “uomini facoltosi, che hanno il potere economico per promuovere le proprie attività” e interessi. Egli ricorda che l’introduzione nel 2002 da parte dell’ex presidente Musharraf del “sistema elettorale congiunto” – che permette ai non islamici di votare anche i candidati islamici delle rispettive circoscrizioni – ha lasciato “poco spazio” ai partiti cristiani per proporre “propri candidati” e per questo “hanno cessato quasi del tutto di esistere”. Mons. Saldanha si dice “sorpreso” dalla nascita di Apcl e conosce bene il suo leader, il professor Salamat Akhtar, che “è abbastanza anziano e non avrà l’energia e la forza sufficienti per guidare un partito”. Il problema, secondo il prelato, ruota attorno alla “mancanza di fiducia nel sistema democratico” e alla “scarsa speranza di un cambiamento nel futuro” per una situazione che al momento “è disperata” per la minoranza religiosa. “Temo – conclude l’arcivescovo emerito – che tutto questo si risolverà in un ennesimo fallimento”. (R.P.)

Salma per amore lascia l’Islam e la propria famiglia

(la foto non è reale)
Salma (una ragazza musulmana) lascia la propria famiglia e l’Islam per poter vivere insieme con “Stephen” (per motivi di sicurezza i nomi dei ragazzi non sono reali) che ha abbandonato la propria città insieme con la famiglia perchè la società locale non li permetterebbe di vivere insieme come una copia.
Infatti in Pakistan esistono le leggi che vietono la conversione ai musulmani con carcere e una multa in denaro. Secondo alcuni capi religiosi nello Sharia non si prevede il matrimonio di una ragazza musulmana con un ragazzo cristiano invece i ragazzi musulmani possono sposarsi con le ragazze cristiane convertendole all’Islam.
Pakistan oggi nel terzo millennio affronta invasione tecnologica che permette i giovani di oggi a conoscersi in varie maniere possibili nel mondo globalizzato e vedono anche alternative per la propria vita in più ambiti delle proprie convinzioni.
Ecco l’articolo di Mauro Pianta per Vatican insider (la Stampa) che racconta alcuni dettagli sul caso di Salma e Stephen:

Lei musulmana, lui cristiano. In mezzo c’è la legge che dice no. Dopo le faide familiari, fuggono alla ricerca di una vita migliore
Nessuno tocchi Salma e Stephen. I nomi sono di fantasia, la loro storia – purtroppo – no. Nessuno li tocchi, adesso che sono nascosti. Al sicuro. La loro poteva essere una relazione come quella di milioni di ragazzi e ragazze in tutto il mondo. Poteva, ma siamo in Pakistan. Nella città di Kharian, tra Islamabad e Lahore. Laggiù una donna musulmana non può innamorarsi di un uomo cristiano. E magari sposarlo. Non può. C’è la legge che lo vieta. Si erano conosciuti al liceo, Salma e Stephen. La legge sembrava così lontana, all’inizio. Si sono innamorati. E hanno continuato a frequentarsi di nascosto anche dopo essersi iscritti all’università: lui informatica, lei lettere. Ma la legge è occhiuta, impalcabile. Così, nel maggio scorso, secondo quanto riferiscono fonti locali di Vatican Insider costrette all’anonimato, la legge ha parlato per bocca della madre di lei: «Lascia stare, lo sai come funziona. Te lo devi dimenticare…». La risposta non è stata di quelle gradite dall’ordine costituito. Qui entra in scena il fratello di Salma. «Ha cominciato a urlare – raccontano – contro la sorella. Poi è andato a litigare anche con i fratelli di Stephen ed è finita in rissa». La famiglia di Salma decide che è giusto rinchiudere la ragazza in casa. «Avrà tempo per riflettere meglio». Ma lei riesce a nascondere un cellulare. E così, accovacciata nell’incubo, può mantenere i contatti con Stephen. Parlano a lungo i due. Di notte, poche parole alla volta. Alle fine si decidono: meglio scappare che soffocare le proprie vite. Anime sull’orlo dell’inferno, si danno appuntamento nelle tenebre, dopo un giorno trascorso fra lacrime e preghiere. Al mattino il padre di Salma trabocca di furia: «Sono stati i cristiani. Adesso noi rapiremo qualsiasi ragazza cristiana nelle vicinanze». Nel quartiere i padri di famiglia cristiani sono costretti a far fuggire le proprie figlie. E anche i familiari di Stephen sono costretti alla fuga. Nessuno tocchi più Salma e Stephen. Qualcuno, invece, dovrebbe cominiciare a (ri)toccare quella maledetta legge.

Nuovo Ministero Federale per le Minoranze prima dell’11 di Agosto


In una intervista rilasciata all’Associazione dei Pakistani Cristiani in Italia il Ministro dello Stato Akram Gill ha confermato la volontà del governo federale di istituire il nuovo ministero per le minoranze, che per ora è, dice Akram Gill, un portafoglio del Ministero Federale per i diritti umani. Il nuovo ministero si chiamerà “Ministero per il dialogo interreligioso e le minoranze”. Il primo ministro Gilani, nei giorni scorsi, ha incontrato tutti i parlamentari delle minoranze per decidere il nuovo dicastero. In occasione era presente anche Paul Bhatti, Consigliere speciale del primo ministro per le minoranze con lo status di ministro federale.
Le minoranze del Pakistan e la communità internazionale lo considera un gesto importante, coerente e simbolico. l’11 Agosto in Pakistan è la giornata nazionale per le minoranze ed istituire il nuovo ministero per le minoranze potrebbe essere un segnale di speranza per tutti.
Infatti il ministro federale (martire) Shahbaz Bhatti, che ha lavorato fino al sacrificio della propria vita per la difesa e la dignitià delle minoranze del Pakistan, è stato il primo ministro federale per le minoranze e durante il proprio mandato ha dato molto spazio al dialogo interreligioso per un’incontro delle civilità e per il rispetto reciproco.
Secondo Akram Gill, ministro dello stato, il governo desidera difendere i propri cittadini in ugual maniera. La piaga del terrorismo sul territorio nazionale non ha una religione e questo è visibile anche dal fatto che le vittime del terrorismo sul territorio non sono solo le minoranze.

Diritti umani è una politica interna? (caso Farah Hatim) Renato Farina


On. Renato Farina ha parlato in più occasioni dei diritti umani ed in particolare qui si tratta del caso di Farah Hatim e l’intervento del deputato che viene interpretato come interferenza nei affari interni.
Si lascia i commenti al giudizio dei lettori:
ecco l’articolo dell’On. Renato Farina per settimanale Tempi:

Finalmente! Qualcuno almeno si accorge che questo povero Diavolo della Tasmania batte colpi. Pensavo di pestare candeggina nel mortaio, che tiene lontani amici e nemici. Invece ecco una specie di miracolo: il Pakistan in persona ha bussato alla mia porta. Ed in fondo anche a quella di “Tempi”. E, guarda un po’ la coincidenza, mentre stava per uscire in edicola con la copertina dedicata alle schiave cristiane bambine del Pakistan…
Dacché sono in Parlamento, specie da quando ho imparato un pizzico di mestiere (tutti i lavori si imparano) martello il mio bravo chiodo, in aula, oppure in Commissione Esteri, proponendo interpellanze, interrogazioni, incontrando e invitando personalità in audizione: il motivo dominante è la violazione della libertà religiosa, che oggi si manifesta quasi nel 90 per cento dei casi come persecuzione dei cristiani.
Ho presentato un paio di settimane fa un’interrogazione in Commissione sul caso di Farah Hatim, l’infermiera cristiana rapita nel Punjab .Il sottosegretario Stefania Craxi mi ha risposto. Puntigliosamente ho inviato a “S.E. Ambasciatore della Repubblica Islamica del Pakistan, Signora Tasnin Aslam” i testi, accompagnati da una lettera di accompagnamento. Infine è accaduto un fatto grave e simbolico. Così martedì 28 giugno, mi sono alzato dal mio banco di primo mattino. Trascrivo da Agenparlamento che ha diffuso nel mondo il resoconto stenografico del mio intervento (sia benedetto Internet): “Intervengo a proposito della libertà religiosa in Pakistan. Questo Parlamento ha avuto l’onore di accogliere il Ministro Shahbaz Bhatti poco prima che fosse assassinato in Pakistan. Ora giunge notizia che, secondo quanto dicono fonti qualificate pakistane, fonti cristiane, Shahbaz Bhatti sta per essere ucciso una seconda volta perché il Governo sta frantumando il suo Ministero per i diritti delle minoranze religiose, traslocando in provincia qualche rappresentante e così togliendo forza alle rivendicazioni delle minoranze religiose, secondo una richiesta formulata dagli islamici radicali che, in questo periodo e specialmente dopo l’esecuzione di Bin Laden, sono tornati minacciosissimi contro le minoranze religiose, cristiane e indù. Sottolineo quanto sta accadendo in Pakistan perché il nostro Parlamento ha il bel primato di essere stato in prima fila nel difendere la libertà religiosa nel mondo con la mozione unitaria del 12 gennaio”.
Ho inviato alla Signora Ambasciatrice il tutto, con gentilezza, come in passato elogiando il governo del Pakistan perché nella difficile situazione attuale fa quel che può, sentendo addosso la spada dei fondamentalisti islamici. Ma ecco che l’Ambasciatrice, silente dopo le precedenti lettere, con cortesia, però mi fulmina. Scrive a me come parlamentare e manda per conoscenza la lettera al presidente della Camera e al ministro degli Esteri Frattini. Spiega come tutto questo smembramento del ministero delle Minoranze, un posto che era stato promesso al fratello di Shabhaz Bhatti, Paul, non fosse altro che l’applicazione delle “devoluzione”. Non so voi, ma io ho colto una certa ironia. Poi ecco due colpi calibro 38 (metafora): “Non si richiedono né si considerano appropriati commenti o opinioni esterne che possono essere interpretati come interferenze nella politica interna del Pakistan”. Poi la pallottola intinta nel veleno di cobra: “Tali tentativi sono controproducenti”. Il veleno al Diavolo della Tasmania fa il solletico, anzi, meglio, gli fa crescere i capelli. Ma sono preoccupato per gli altri, per i cristiani. Sono controproducenti infatti per chi? Signora Ambasciatrice, sono a sua disposizione, sono un diavolo, ma i cristiani angeli, non se la prenda con loro…

Ecco il resoconto stenografico dell’intervento dell’On. Renato Farina:

XVI LEGISLATURA

Resoconto stenografico dell’Assemblea

Seduta n. 486 di mercoledì 15 giugno 2011

RENATO FARINA. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

RENATO FARINA. Signor Presidente, il 12 gennaio di quest’anno la Camera dei deputati ha approvato una risoluzione unitaria sulla persecuzione dei cristiani nel mondo, dopodiché è sembrato quasi che, assolto questo dovere, bisognasse occuparsi del solito libro delle cose.
Invece, è importante che, appena accadono fatti importanti, si battano dei colpi, affinché ne prendiamo coscienza sia noi come deputati sia l’opinione pubblica e anche i Paesi dove accadono questi fatti incresciosi sappiano che noi ce ne occupiamo. Pag. 4
Vorrei presentare e sottoporre alla cura sia nostra sia del nostro Governo il caso di una ragazza, Farah Hatim, di 24 anni, infermiera professionale che risiede nel sud del Punjab, che è stata rapita, portata a casa e convertita forzatamente all’Islam. Una vicenda di questo genere può essere annoverata nei casi di violenza qualunque, ma, quando esiste la volontà delle autorità di sopportare e supportare questi casi e i fenomeni sono in realtà di massa, credo che tutto questo attenga anche alle relazioni fra gli Stati, così come sottolineato nella nostra mozione. Sappiamo che il Governo del Pakistan sta facendo un grande sforzo ed è costretto a confrontarsi con delle forze radicali, ma il caso di Farah Hatim non è un caso isolato; pronunciamo il suo nome perché la sua famiglia ha avuto il coraggio della denuncia pubblica e, anche dinanzi alla denuncia pubblica, c’è stata una verifica, ad esempio ad opera di ONG qualificate come il National Human Rights Commission, che è anzi un organo ufficiale in Pakistan, e della Commissione giustizia e pace della Chiesa Cattolica che sta molto attenta a fare denunce perché poi si ritorcono contro i cristiani lì presenti.
Sono circa settecento i casi all’anno di rapimento e conversione forzata che toccano specialmente cristiane e indù e soprattutto nel Punjab; tutto questo si associa al caso sempre più drammatico delle denunce per blasfemia. Dopo il caso di Asia Bibi, che è ancora in attesa di sentenza e sulla quale pende una condanna a morte per impiccagione, e subito dopo l’uccisione di Bin Laden, accadono fatti che fanno prevedere un’ondata ancora peggiore di persecuzioni anticristiane. Credo che tutto questo vada segnalato all’opinione pubblica e vada sollecitato il Governo perché prenda posizione su questi temi oltre ad operare efficacemente – come sappiamo essere consuetudine del Ministro Frattini in questi casi -, e vogliamo che anche gli organismi internazionali come l’ONU prendano coscienza di questo.
Varie ONG presenti a Ginevra hanno già sottoposto il caso alla presidenza della Commissione dei diritti umani dell’ONU e c’è una mobilitazione che sta toccando anche il Canada, dove il Senato ha preso posizione. Credo che l’internazionalizzazione di questi casi e la presa di coscienza da parte di tutti noi di questi fenomeni costituiscano un aiuto sostanziale alla crescita di una consapevolezza sui diritti umani, in particolare sulla libertà religiosa che, come abbiamo definito nella nostra mozione, è la madre di tutte le libertà.
Sono intervenuto anche a nome di altri deputati che sono qui presenti, a nome non solo dei deputati del Popolo della Libertà ma anche di altre formazioni politiche (Applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania).

Nuovi Ministeri e Ministri Federali

19 Luglio governo Pakistano ha ulteriormente cambiato i ministeri e questa volta ha tolto anche il ministero per il dialogo inter-religioso al Ministro dello Stato Akram Gill, Hina Rabbani Khar dal Ministro dello Stato è stata nominata Ministro Federale ed anche il Ministro Federale Riaz Hussain Pirzada è senza portafoglio.
Ecco l’ultima lista del governo Pakistano con il nuovo rimpasto:

LIST OF MINISTERS/MINISTERS OF STATE / ADVISERS /SPECIAL ASSISTANTS TO THE PRIME MINISTER ALONGWITH PORTFOLIOS
As on 19th July, 2011

1. FEDERAL MINISTERS
S.NO NAME PORTFOLIO
1. Ch. Pervez Ellahi Senior Minister i. Defence Production, ii. Industries
2. Makhdoom Amin Fahim; Commerce
3. Dr. Arbab Alamgir Khan; Communications
4. Chaudhry Ahmed Mukhtar; Defence
5. Dr. Abdul Hafeez Shaikh; Finance, Revenue, Planning and Development, Economic Affairs and Statistics.
6. Ms. Hina Rabbani Khar; Foreign Affairs
7. Makhdoom Syed Faisal Saleh Hayat; Housing and Works
8. Dr. Firdous Ashiq Awan; Information and Broadcasting
9. Mr. A. Rehman Malik; Interior
10. Mian Manzoor Ahmad Wattoo; Kashmir Affairs and Gilgit-Baltistan
11. Senator Moula Bakhsh Chandio; Law, Justice and Parliamentary Affairs
12. Haji Khuda Bux Rajar; Narcotics Control
13. Dr. Muhammad Farooq Sattar; Overseas Pakistanis
14. Dr. Asim Hussain; Petroleum and Natural Resources
15. Senator Babar Khan Ghauri; Ports and Shipping
16. Sardar Al-Haj Mohammad Umar; Gorgeij Postal Services
17. Mr. Ghous Bux Khan Maher; Privatization
18. Mr. Anwar Ali Cheema; Production
19. Haji Ghulam Ahmad Bilour; Railways
20. Syed Khursheed Ahmed Shah; Religious Affairs
21. Mir Changez Khan Jamali; Science and Technology
22. Engr. Shaukat Ullah; States and Frontier Regions
23. Makhdoom Shahabuddin; Textile Industry
24. Syed Naveed Qamar; Water and Power
25. Mir Hazar Khan Bijarani -
26. Engineer Amir Muqam -
27. Ms. Samina Khalid Ghurki -
28. Mir Israrullah Zehri -
29. Mr. Riaz Hussain Pirzada -
30. Chaudhry Wajahat Hussain -

2. MINISTERS OF STATE

1. Sardar Bahadur Khan Sehar; Defence Production
2. Mr. Muhammad Raza Hayat Harraj; Housing and Works
3. Dr. Nadeem Ehasan; Overseas Pakistanis
4. Rana Asif Tauseef; Privatization
5. Khawja Sheeraz Mehmood; Production
6. Mr. Akram Masih Gill -
7. Sheikh Waqas Akram -
8. Sardar Shahjehan Yousaf -

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3. ADVISERS TO THE PRIME MINISTER

1. Dr. Paul Bhatti Adviser to the Prime Minister with the status of Federal Minister
2. Mr. Ghulam Farooq Awan Adviser to the prime Minister on
Law, Justice and parliamentary Affairs, with the status of Federal Minister
3. Mr. Muhammad Basharat Raja Adviser to the Prime Minister on Industries, with the status of Federal Minister
4. Mr. Mustafa Nawaz Khokhar Adviser to the Prime Minister on Human Rights, with the status of Federal Minister

04. SPECIAL ASSISTANTS TO THE PRIME MINISTER

1. Mr. Kamal Majidulla Special Assistant to the Prime Minister on Water Resources and Agriculture in Management Scale-I (MP-I)
2. Syed Qasim Shah Special Assistant to the Prime Minister with the status of Minister of State
3. Mr. Ahmad Yar Haraj Special Assistant to the Prime Minister with the status of Minister of State

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Una musulmana che sposa un Cristiano: Fatwa contro la Copia!

Sposa un cristiano: donna musulmana costretta a fuggire con il marito»
21/07/2011 11:57

Segue l’articolo dell’Asia News che racconta i dettagli dell’episodio:
PAKISTAN
di Jibran Khan

Una coppia composta da un cristiano e da una musulmana è costretta a vivere nascondendosi: la società condanna il loro amore, che per uno studioso islamico “è passibile di morte”. Il vescovo di Islamabad: “Lo Stato li difenda, o scomparirà presto”.

Islamabad (AsiaNews) – L’intolleranza religiosa che sta distruggendo il Pakistan non accenna a diminuire. L’ultimo caso in ordine di tempo è quello di una coppia, composta da un cristiano e da una musulmana, che si è sposata senza il consenso delle famiglie d’origine e ora è costretta a vivere scappando da un posto a un altro per timore di violenze. Il vescovo di Islamabad li difende: “Il matrimonio deve essere libero. Lo Stato li deve garantire la libertà di scelta”.

La coppia è composta da Asma Zubaida, di fede islamica, e da Basharat Masih, cristiano . Entrambi vivevano nella cittadina di Gujranwala, dove si sono conosciuti e innamorati: la prima era insegnante nella scuola governativa locale, mentre Masih era funzionario del Dipartimento dell’amministrazione scolastica. Senza il consenso dei genitori, si sono sposati nel settembre del 2010: da allora hanno iniziato a ricevere minacce di morte così frequenti che sono stati costretti a scappare.

I neo-sposi hanno cercato l’aiuto della polizia. Malik Arif, funzionario di polizia, dice: “Ci hanno contattato per chiedere assistenza, dicevano di essere in pericolo di vita. In effetti, nella loro denuncia spiegano che la famiglia di lei ha aggredito Masih un paio di mesi fa, quando hanno scoperto del matrimonio. Gli attacchi si sono rivolti anche contro la famiglia del cristiano”. “Anche loro sono stati costretti a fuggire”.

Uno dei partenti di Masih, anonimo per motivi di sicurezza, racconta: “Siamo stati minacciati, la nostra casa è finita sotto attacco, sono arrivati a tirarci delle pietre persino per strada. Quello più a rischio è ovviamente Basharat: lo vogliono morto. Abbiamo chiesto aiuto, ma nessuno ci ha dato retta: né la polizia, né i politici locali”. Eppure, la donna ha consegnato agli agenti una dichiarazione in cui conferma che il matrimonio si è svolto senza alcuna costrizione.

Maulana Muhammad Sultan Haider, studioso musulmano di Islamabad, spiega che questo “non cambia nulla. Soltanto un musulmano può sposare una non musulmana, perché altrimenti si annacquano le generazioni future. Io condanno questo matrimonio, lo definisco illegale: questi due potrebbero essere uccisi, per quello che hanno fatto”.

Diametralmente opposto il giudizio di mons. Rufin Anthony, vescovo di Islamabad e Rawalpindi: “Questo è un caso di intolleranza. Il matrimonio è un sacramento fra due individui, gli altri non c’entrano niente. Uno Stato che non riesce a garantire ai propri cittadini la libertà di scelta, religiosa o familiare, non sopravviverà a lungo. Perché una ragazza musulmana non dovrebbe poter sposare un non musulmano? Perché con i matrimoni puntano a convertire i non islamici. La vedono come una grande vittoria, mentre è soltanto una coercizione”.

Farah decide ri rimanere prigioniera a vita!!!

(foto: associazione pakistani cristiani in italia)
(segue l’articolo del Vatican Insider, la Stampa)
La ragazza cattolica rapita e sposata da un musulmano dice ai giudici “Rimango con lui”. Ma i suoi familiari, dopo averle parlato, sostengono: “E’ stata minacciata di morte e potrebbe essere incinta”
mauro pianta
torino

Oggi Farah Hatim, la ragazza pakistana cattolica rapita nel maggio scorso e convertita forzatamente all’Islam per poter sposare il suo sequestratore musulmano, si è presentata davanti alla sezione locale dell’Alta Corte del Punjab,a Bahawalpur. Il ricorso era stato presentato dall’Apma (All Pakistan Minorities Alliance) dopo che un tribunale di primo grado aveva respinto la richiesta di incontrare la ragazza avanzata dai familiari.
E così, fra le lacrime, alla inesorabile domanda rivoltale dal giudice «Con chi vuoi restare: con la tua famiglia d’origine o con tuo marito?», ha dato una prima, ingenua, risposta: «Con tutte e due». «Non è possibile», ha immediatamente sentenziato il magistrato. Silenzio. Lì, da sola. In bilico a barricarsi contro il possibile. Uno sguardo rivolto al “consorte”, un’occhiata ai familiari. Poi, quasi soffocata, la risposta: «Con lui, con mio marito».
Sua madre, sua sorella e i suoi fratelli non ci stanno. Farah, dopo l’udienza, ha potuto finalmente parlare con loro una manciata di minuti. «No, non posso tornare», ha detto. Secondo quanto riportato dalla famiglia a fonti di Vatican Insider, la ragazza avrebbe ricevuto minacce di morte e pesanti intimidazioni. Un’ipotesi tutt’altro che remota poi, rivelano ancora le fonti in contatto con i familiari, è che Farah sia incinta. Anche in questo caso, contro la sua volontà. Il motivo? Per il contesto culturale pakistano e per il diritto consuetudinario locale, una donna in quelle condizioni (rapita, “convertita” e incinta) non può far altro che restare con il marito perché se venisse ripudiata porterebbe su di sé uno stigma perenne, al punto che nessun uomo potrebbe mai più volerla al suo fianco. «Date le condizioni – ha osservato Shahid Mobeen, professore universitario di pensiero e religione islamica all’Università lateranense e segretario dell’associazione pakistani cristiani in Italia – la riposta di Farah è stata la più “intelligente”. Purtroppo, date le circostanze, l’unica possibile soprattutto se la giovane fosse stata davvero messa incinta appositamente. Adesso – prosegue – c’è da sperare che il consorte, galvanizzato dall’udienza, non porti altre mogli in casa, non la picchi e non la faccia prostituire…». Già, perché spunta anche la questione della prostituzione. Fonti locali ben informate sostengono che Farah sia stata vittima di un’organizzazione che traffica in ragazze squillo, una rete legata all’ospedale nel quale lavorava la giovane. Una rete nata per fornire ragazze a uomini politici in vista.
In ogni caso, dal punto di vista formale, almeno in Pakistan, il sipario sul caso Hatim cala in modo definitivo. Da oggi in poi, infatti, la famiglia di origine –secondo la legge – non ha più alcuna autorità su di lei. Lei che – dicono le fonti – ringrazia comunque la comunità internazionale per l’attenzione. Sipario, appunto.

Farah Hatim sceglie di rimanere con il marito che l’ha rapita


L’Associazione Pakistani Cristiani in Italia ha avuto la conferma tramite le proprie fonti che Farah ha scelto di rimanere con il marito che l’ha rapita. L’associazione insieme con i famigliari di Farah ringrazio la communità internazionale che si era mobilitata per la sua liberazione. La famiglia fortemente sospetta che Farah ha deciso sotto pressioni di minaccia a morte e sospetta anche che la ragazza è incinta per cui, nonostante la famiglia era disponibile ad accoglierla, lei ha deciso di rimanere con il marito rapitore.
Segue l’articolo dettagliato di Fides sulla dichiarazione di Farah nel tribunale e sulle statistiche dei rapimenti del genere in Pakistan:
ASIA/PAKISTAN – L’Alta Corte del Punjab chiude il caso: Farah Hatim resta nella famiglia musulmana Bahawalpur (Agenzia Fides) – La ragazza cattolica Farah Hatim resterà con il suo marito musulmano. È quanto riferiscono fonti di Fides a Bahawalpur, dove si è tenuta oggi, 20 luglio, l’udienza davanti alla sezione locale dell’Alta Corte del Punjab. Il ricorso davanti all’Alta Corte è stato presentato dall’APMA (All Pakistan Minorities Alliance), dopo che un tribunale di primo grado aveva respinto la richiesta di incontrare la ragazza, secondo i familiari sequestrata e sposata con la forza da un uomo musulmano nella città di Rahim Yar Khan (vedi Fides 12/7/2011).
Fra le lacrime, Farah Hatim è comparsa oggi davanti al giudice dell’Alta Corte del Punjab, sezione di Bahawalpur. Alla domanda del giudice su “quale famiglia scegliesse”, la ragazza, dopo un interminabile silenzio, ha risposto: “Tutte e due”. La Corte ha obiettato che “ciò è impossibile”, reiterando la domanda. A quel punto Farah ha scelto la sua nuova famiglia musulmana.
Cala così il sipario su un caso che ha appassionato l’opinione pubblica della comunità cristiana in Pakistan, preoccupata per gli oltre 700 casi l’anno di ragazze cristiane rapite e costrette al matrimonio islamico. Il giudice ha permesso a Farah di avere un colloquio privato con la sua famiglia di origine per 10 minuti. La ragazza, rivelano fonti di Fides, ha raccontato di essere stata in effetti “presa con l’inganno” ma ha anche confidato, visibilmente scossa, di “non poter tornare”. Secondo la famiglia di Farah, i motivi della sua scelta non sono chiari: possono esserci dietro minacce di morte o intimidazioni, ma anche la possibilità che la ragazza sia incinta. In tal caso, secondo il diritto consuetudinario pakistano, Farah non può far altro che restare con suo marito, in quanto, se ripudiata, porterebbe uno “stigma eterno” e nessun uomo potrebbe più volerla al suo fianco.
“Al di là delle possibili ragioni, alla fatidica domanda del tribunale, Farah ha risposto di voler restare con il marito musulmano, segnando per sempre il suo destino. D’ora in poi la famiglia di origine non più alcuna autorità su di lei, anche secondo la legge” notano fonti di Fides.
L’Alta Corte aveva stabilito l’udienza ieri, 19 luglio, ordinando alla polizia di Rahim yar khan di prelevare la ragazza. Gli agenti ieri non hanno eseguito l’ordine, dicendo al giudice che era malata. Il giudice ha emanato una nuova ordinanza, imponendo alla polizia di condurre quest’oggi la ragazza davanti alla Corte.
In ogni caso la famiglia di Farah conferma a Fides la sua preoccupazione per le sorti della ragazza, dicendosi “non convinta” dall’esito della vicenda. Chiede per questo alla comunità internazionale di fare pressioni sul governo pakistano per riesaminare il caso. Fonti locali di Fides affermano che Farah è stata comunque vittima di una rete che porta avanti un “traffico di ragazze”, con agganci nell’ospedale dove Farah lavorava e nel mondo della politica, per fornire ragazze a uomini politici in vista.
Le organizzazioni criminali continuano a sfruttare donne e bambini per la tratta di esseri umani. Si stima che ogni anno, in tutto il mondo, oltre 700 mila persone siano vittime del traffico di esseri umani, considerato come la terza fonte di guadagno per le organizzazioni criminali che sottopongono le vittime a prostituzione o lavori forzati, in particolare donne e bambini. Il più grande numero di vittime viene dall’Asia, con oltre 225 mila persone all’anno provenienti dal sudest asiatico e oltre 150 mila dall’Asia meridionale. L’ex Unione Sovietica è considerata ora la più grande nuova fonte di tratta con oltre 100 mila persone all’anno provenienti da questa regione. Altri 75 mila provengono dall’Europa centrale e dell’est, oltre 100 mila da America latina e Caraibi, e oltre 50 mila dall’Africa. La maggior parte delle vittime vengono inviate in Asia, Medio Oriente, Europa occidentale e Nord America.
In Asia il Pakistan è fonte, punto di transito e di destinazione per uomini, donne e bambini soggetti a questo fenomeno. Ragazzi e ragazze vengono comprati, venduti, affittati, o rapiti per farli lavorare in circuiti organizzati, illegali, accattonaggio, lavori domestici, prostituzione, e lavori forzati nei campi. Le ragazze e le donne sono vendute per matrimoni forzati. In alcune zone del Pakistan vengono vendute come animali. Migliore è la ‘condizione’ della donna, più elevato è il prezzo che viene stabilito dagli acquirenti. Una volta comprate vengono tenute in prigioni private o portate in altre parti del Pakistan e all’estero per essere ri-vendute ed utilizzate per la prostituzione, lo spaccio di droga e i lavori forzati. Una volta che il proprietario non ne vuole più sapere o la donna perde la sua utilità, la vende a qualcun altro. Molte ragazze, alcune minorenni, partoriscono bambini che poi vengono venduti nei mercati.
La tratta delle donne è sempre stata presente sin dalla creazione del Pakistan. Durante la partizione, migliaia di donne furono rapite da entrambe le parti dei confini di India e Pakistan per essere vendute o costrette a prostituirsi. Dopo la creazione del Bangladesh si è verificata l’opportunità di trafficare con altre migliaia di donne. Nei periodi delle guerre, alluvioni o altri disastri naturali si registra sempre un aumento della tratta perchè dilaga la povertà, la gente è disperata e le donne vengono costrette a matrimoni con vecchi o all’espianto di organi per poter saldare i debiti. Per limitare il fenomeno, il Pakistan proibisce ogni tipo di traffico transnazionale, attraverso il Prevention and Control of Human Trafficking Ordinance (PACHTO) che prevede punizioni da 7 a 14 anni di carcere. Inoltre, il Bonded Labor System Abolition Act vieta i lavori forzati infliggendo pene che vanno dai 2 ai 5 anni di carcere o multe ai contravventori. Il Governo del paese sta seriamente lottando contro questo grave fenomeno tentando di eliminarne almeno una parte. (AP) (20/7/2011 Agenzia Fides)

Farah la sposa prigioniera (Vatican Insider, la Stampa)

Farah Hatim (foto Associazione Pakistani Cristiani in Italia)
La storia della ragazza pakistana, cattolica, rapita e costretta a sposare un musulmano. La mobilitazione c’è, ma non basta. Lei resta incatenata al “marito”. Che la beffa ottenendo dalla polizia una scorta : “Ho paura dei suoi familiari”mauro pianta
torino

«Vi prego, non ce la faccio più. Portatemi via da qui…». È passato un mese, ormai. Sono state queste le ultime parole pronunciate al telefono da Farah.
Farah Hatim, 24 anni, cattolica, residente a Rahim, nel sud del Punjab, in Pakistan, piangeva mentre parlava al cellulare con sua sorella. Quel telefono era riuscita a strapparlo chissà come ai suoi rapitori. Pochi istanti. Pochi ansimi di speranza. Poi, il silenzio. Un silenzio nero di paura e di rabbia.
E pensare che quei rapitori avrebbero dovuto essere la sua nuova “famiglia”. Già, perché ufficialmente la giovane si era sposata con Zeeshan Ilyas, bancario, musulmano. E sempre stando alle versioni ufficiali, lei si sarebbe convertita all’Islam.
Tutto falso. Il 7 maggio scorso la ragazza è stata rapita proprio per obbligarla al matrimonio. Non è una novità in Pakistan. Le stime ufficiali parlano di 700 casi ogni anno. Ma si tratta di numeri sottostimati, perché quasi sempre non c’è nessuna denuncia. Ragazze per lo più cristiane e indù, sequestrate, costrette alla conversione e quindi al matrimonio. Spose e prigioniere.
Ma la denuncia, questa volta, è arrivata. Non ha perso tempo, la famiglia di Farah. Il capo del commissariato di Rahim, però, ha rifiutato il caso. Dice a Vatican Insider Shahid Mobeen, docente universitario di pensiero e religione islamica alla facoltà di Filosofia della Pontificia Università Lateranense e segretario dell’associazione “Pakistani Cristiani in Italia”: «Oltre il danno si è verificata anche la beffa perché il sequestratore è riuscito a farsi attribuire dalla polizia una scorta personale, sostenendo di temere attacchi da parte della famiglia e degli amici di Farah».
Loro, i familiari, avevano anche ricevuto una convocazione del tribunale locale. «Ci sarà vostra figlia e ci sarà la documentazione che dimostra come sia tutto legale», avevano detto. Hanno mostrato un certificato di matrimonio e una dichiarazione di conversione all’islam. Solo, facevano notare la madre, i fratelli e la sorella di Farah, che le firme sono in urdu, mentre la ragazza era solita firmare in inglese, l’unica lingua da lei utilizzata per scrivere. Dettagli, per quei poliziotti. Ingranaggi di un sistema nel quale le minoranze (cristiane e non) contano poco. Firme a parte, in quel tribunale una ragazza c’era davvero. Nascosta da un lungo vestito e da un velo integrale che lasciava scoperti soltanto gli occhi. Ai familiari non è stato consentito avvicinarla e lei, nel corso dell’udienza, non ha pronunciato nemmeno una parola.
In queste settimane in tanti si sono mobilitati per Farah: associazioni, organizzazioni non governative, la chiesa pakistana, parlamentari canadesi e italiani. Mons. Silvano Tomasi, osservatore permanente della Santa Sede all’Ufficio Onu di Ginevra ha chiesto ad alta voce l’intervento dell’Alto Commissario Onu per i diritti umani. Paul Bhatti, consigliere speciale del primo ministro pakistano per gli affari delle Minoranze religiose e fratello di Shabhaz, il ministro ucciso nel marzo scorso proprio per le sue battaglie in favore della libertà religiosa, ha osservato nei giorni scorsi: «Perché, se la ragazza si è davvero convertita ed ha accettato liberamente di sposarsi, suo “marito” le nega ancora la possibilità di incontrare la propria famiglia di origine?». Domanda banalmente scomoda. Alla quale, prima o poi, qualcuno dovrà pur rispondere. Bhatti, come presidente dell’associazione All Pakistan Minorities Alliance (Apma), ha anche presentato una richiesta ufficiale al giudice dell’Alta Corte pakistana di Lahore – chiamata ad appurare la verità sul caso – affinché Farah sia subito convocata.
Qualcosa, forse molto dato il contesto, si muove. Ma non basta. Dice Sara Fumagalli, presidente dell’associazione “Pakistani Cristiani in Italia”: «È triste ammetterlo, ma troppo spesso in Occidente le coscienze si accendono solo con il telecomando. Se i media non sostengono campagne informative, quei casi non esistono. E naturalmente non tutti i casi hanno le medesime probabilità di finire sotto i riflettori…».
Chi la conosce bene descrive Farah come «una ragazza dolcissima, di buon cuore, impegnata come volontaria con i più bisognosi». Frequentava il primo anno di college al dipartimento di ortopedia del Sheikh Zaid Medical College e voleva diventare infermiera professionale. Non aveva nemmeno un fidanzato, Farah. E adesso si trova incatenata a un “marito”. Alla sua vigliacca, violenta, ignoranza. Succede in Pakistan dove, ogni anno, settecento catene stringono settecento Farah.

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